Oltre l’Open Innovation c’è la Open Company – con Ivan Ortenzi

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il 18 Nov 2020 Ivan Ortenzi era ospite di InnoVits….

Per non chiudere l’azienda… Aprila!
Al tempo del Lock Down, Ivan Ortenzi ci dice come APRIRE l’azienda.

Caro collega Innovatore,

Le startup sono un mezzo per fare innovazione?

Lo abbiamo chiesto a Ivan Ortenzi, Partner di Bip e uno dei maggiori esperti italiani di innovation management, nonché un amico di InnoVits e autore di diversi libri sull’argomento, l’ultimo dei quali in uscita proprio in questi giorni si intitola “Innovation + management”.

Il nuovo libro di Ivan Ortenzi

Ivan è partito subito chiarendo il rapporto fra Innovation Management, Open Innovation e Startupping:

L’open innovation non è un sostituto o una alternativa all’innovazione ma una metodologia dell’innovazione. Ormai è chiaro a tutti che i risultati degli investimenti in innovazione sono soggetti alla legge delle probabilità. Per aumentare la probabilità di innovare è fondamentale la diversità. Intesa sia come diversità di genere, idee, persone, ma anche come diversità di metodi di generazione della innovazione. L’open innovation è uno di questi metodi che, accostato ad altri, permette di aumentare la diversità delle fonti di innovazione e quindi la probabilità di ottenere risultati di business.

Negli ultimi 5 anni è cresciuta esponenzialmente la disponibilità di risorse per innovare e oggi ci troviamo in un ecosistema molto più “dotato”: di tecnologie, di competenze, di accessi alle persone e ai beni.

Tramite l’open innovation le aziende possono attingere al mondo delle startup in maniera strutturata.

Le startup possono essere utilizzate per fare:

1) Open Ideation:

ossia essere viste come dei veri e propri generatori di idee (spesso a basso costo, tramite le Call 4 ideas, le hackathon ),

2) Open Execution:

tutte le volte che una idea non può essere gestita internamente all’azienda e viene appaltata a una startup,

3) Open Education:

in cui la startup è un veicolo di competenze che l’azienda deve sviluppare e integrare.


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Per una Startup. i benefici di stare allineati ai bisogni di una grande azienda, sono moltissimi, ma vanno soppesati con i rischi di comportamenti opportunistici da parte di organizzazioni ben più strutturate.

Nel caso che la Startup voglia partecipare a una call 4 ideas o a una hackthon, dovrebbe sincerarsi delle intenzioni della azienda promotrice, verificando ad esempio che il processo di acquisto dei risultati della startup sia strutturato per poter gestirne l’acquisizione. Cosa non automatica, data la complessità di operazioni commerciali che coinvolgono una componente pesante in beni intangibili.

Altri elementi che possono far capire quanto l’azienda promotrice creda nell’iniziativa, è la verifica dei piani a medio termine, ossia di lì a 2-3 anni, che l’azienda ha e propone alla startup per integrare i risultati.

L’azienda ci crede veramente se mette il tempo, le persone, le risorse  e i soldi necessari a un piano che non dura il tempo della gara. Il calibro delle persone che gestiranno il rapporto con la startup dice moltissimo sulla volontà dell’azienda. Difficilmente un mentor o champion aziendale con un curriculum inadeguato e una posizione gerarchica non ben definita sarà in grado di gestire la complessità del progetto.

Per Ivan si tratta in definitiva di verificare la “propensione alla Sperimentazione” dell’azienda.

O meglio: dei suoi vertici.

Di fatto la propensione all’ innovazione è una emanazione Top-Down in cui il CEO ha un ruolo essenziale:

“No CEO—no Parti”

Senza un CEO “commited” – che si impegna in prima persona, la gestione di un progetto di innovazione è meglio non farla nemmeno partire.

Ma come può una startup allinearsi a quelle aziende che fanno innovazione e sono aperte a contributi esterni?

“Follow the suppliers”  – “Segui i fornitori” dice Ivan. Consulenti, fornitori di tecnologia, sono una porta di accesso alle aziende. Questo punto di accesso permette di capire i bisogni delle aziende e offrire il proprio supporto.

Certo, aziende che hanno adottato l’Open Innovation come una delle loro metodologie, aprono le porte alle startup anche con call4ideas e hackathon, e anche questa via non va trascurata.

Va tenuto presente però che si finisce spesso in un calderone di idee e spunti che sta diventando così difficile da dipanare da spingere alcune società a utilizzare strumenti di intelligenza artificiale per farlo.

In definitiva la startup dovrebbe cercare di distinguere fra l’azienda che fa Open Innovation : ha un programma di medio respiro, con chiaro impegno di risorse e altrettanto chiaro mandato da parte del vertice; e chi si limita a cercare di dare una spolverata a una immagine appannata e vetusta, con qualche “markettata” il cui scopo se va bene è solo farsi pubblicità, se va male è un vero e proprio furto organizzato delle idee altrui.

Un altro modo per interagire con una grande azienda dice Ivan passa sicuramente per operazioni di M&A. L’esempio di Apple, con le sue quasi 200 acquisizioni l’anno, rende bene come si possa acquisire innovazione senza fare open innovation. Che Apple sia gelosa della propria Intellectual Property e che preferisca innovare per vie interne è risaputo. Ma non per questo disdegna le belle idee altrui.

L’importante è aver chiari obbiettivi di business.

Su questi è possibile costruire i KPII Key performance Innovation indicators – più corretti: dal semplice conto dei progetti nel pipeline a KPI più mirati alla Brand Equity etc.

La disponibilità di Ivan Ortenzi si è dimostrata anche nel rispondere alle molte domande da parte di chi era in linea, che hanno attinto alla sua esperienza diretta.

Quando Ivan dice che solo il 2% dei progetti di innovazione arrivano in fondo con un prototipo o una pre-industrializzazione c’è da credergli. Come pure quando afferma che non ha mai visto di persona una interazione fra impressa e startup, chiudersi quando la startup era ancora in fase seed o addirittura pre-seed.

Operazioni di questo genere richiederebbero un percorso specifico nelle aziende che non è ancora pratica matura.

Per questo, nell’approcciare l’azienda la startup si deve dotare del supporto di professionalità esterne per esempio sugli aspetti legali relativi ai diritti sulla proprietà intellettuale. Il supporto di un professionista può permettere anche di superare i limiti di visione dello startupper e fargli intraprendere modalità sicure e alternative nel cedere i diritti d’uso sulle innovazioni costruite.

Fra le molte considerazioni circa la natura e i limiti dell’ecosistema innovativo Italiano che Ivan ha discusso, una di grande attualità è quella del freno posto dalla concentrazione di mercato nel settore tecnologico che ormai è in essere da anni non solo a livello Italiano ma anche Europeo e globale.

Qui le pratiche di buon “innovation management” si spostano dal campo aziendale per andare a toccare le capacità di innovare proprie degli Enti Regolatori del Mercato.

Siamo agli inizi ma qualcosa si muove!

InnoVits è parte del grande sistema dell’ Open Innovation Italiana: con 500 startup valutate, 90 accelerate e quasi 5 milioni di euro di fondi raccolti a favore delle startup del suo programma di accelerazione Gymnasium.

La prossima edizione parte a gennaio e la selezione delle oltre 100 idee arrivate sui nostri tavoli è già cominciata!

Non perdertela, associati qui!

Flavio Tosi per InnoVits
“we make innovation for passion”

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